giovedì 30 dicembre 2004, di Dal Lago Alessandro
Alessandro Dal Lago, Non Persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999.
Dal Lago illustra ampliamente, attraverso lo studio dei mass media, i processi che hanno portato alla definizione dell’« emergenza immigrazione» ; un’emergenza in realtà costruita a livello politico e mediatico. Infatti i migranti sono divenuti dagli anni ’90 per l’opinione pubblica italiana le cause della crisi sociale e delle paure collettive :il migrante viene percepito come un criminale latente. Tutto ciò è dovuto in parte alle discriminazioni a livello giudiziario a cui sono sottoposti gli stranieri quando giungono in Italia ; infatti con la legge Turco-Napolitano, stesa nel ’98, e ancor prima con il decreto Dini, le forze politiche hanno ceduto al panico verso l’immigrazione, hanno chiuso sempre più le frontiere ed hanno creato il binomio regolari-clandestini ; affidando quest’ultimi agli organi di polizia, hanno quindi implicitamente relegato la questione migrazione sotto la voce ordine pubblico.
I migranti sono stati perciò privati dei loro diritti civili, la maggior parte vede il carcere come inevitabile destinazione del suo percorso migratorio senza aver commesso alcun reato; sono diventati non-persone, non hanno un futuro stabile nella nostra società, sono stati annullati, non attraverso una violenza corporea, ma tramite una pratica più subdola ed indiretta, perché in ogni società organizzata siamo persone solo se la legge ce lo consente.
Questa situazione a livello giudiziario voluta dalle forze politiche rientra in quella che dal Lago definisce come "tautologia della paura", con questo termine si vuole raffigurare un processo che a partire dalla paura dello straniero, che rappresenta il diverso, l’estraneo per eccellenza, lo fa diventare il nemico da cui difendersi, da odiare, quello che minaccia l’ordine.Il tutto parte da un pregiudizio nei confronti del migrante, che è clandestino, quindi pericoloso, un fuorilegge. Un ruolo fondamentale poi nei meccanismi di discriminazioni degli stranieri (colpevolizzazione delle vittime o vittimizzazione dell’aggressore) lo ha l’imprenditore morale, che è colui che difende o vendica la società: tramite la sua azione trasforma opinioni di senso comune, prive di ogni fondamento, in un sentire morale e sociale dominante.
A questo punto entra in gioco la stampa, che legittimata dalla presenza di attori "rappresentanti" la società locale, si fa portavoce della pericolosità dell’immigrato, così facendo la risorsa simbolica diventa un "frame" dominante, che spinge i cittadini impauriti, ormai legittimati, a chiedersi dove siano le forze politiche. L’ intervento del rappresentante politico è quasi inevitabile, così come le eventuali misure legislative, politiche o amministrative; qui si torna quindi alle leggi sull’immigrazione che invece di essere orientate all’accoglienza o al miglioramento del rapporto cittadini-migranti generano sempre più confusione tra i termini clandestino-criminale, alimentano pertanto la diffidenza e la paura.
Questo processo è stabile ed autopoietico( anche se le premesse iniziali sono false, le conseguenze risultano essere vere, cioè l’immigrato diventa realmente criminale); inquietante è inoltre che il razzismo, in questo modo, venga considerato un effetto della situazione, anziché una delle principali cause delle condizioni in cui devono vivere in Italia i migranti .