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La guerra dei mondi

Marzo 2005, di Conflitti globali

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Prezentazione

Pensare i conflitti politici e sociali, in un’accezione molto ampia, senza proiettarli su scala planetaria è oggi privo di senso. Ciò non significa perseguire un’impossibile lettura unitaria o globale del conflitto – come avviene, al prezzo di un’evidente deriva ideologica, nelle teorie oggi prevalenti di destra («scontro di civiltà») o di sinistra («guerra civile globale») – quanto piuttosto comprendere la rete di implicazioni di cui ogni conflitto è espressione. Così, per esempio, la posta del controllo delle risorse energetiche in Medio Oriente è in gioco su diversi piani: egemonia americana, ruolo dell’Europa (con le sue divisioni e diverse sfere d’influenza), economia globale, mercato petrolifero, crisi dei nazionalismi arabi, movimenti religiosi ecc. Ognuno di questi piani è sia locale, sia globale e interconnesso con gli altri secondo linee di trasformazione che, fase dopo fase, producono un certo quadro strategico. Pensare di definire il quadro in modo monocausale o ricorrendo a logiche binarie (come il conflitto impero-resistenza globale) oppure alla mera meccanica delle forze (geopolitica) è un modo per inibirsi la comprensione dei conflitti globali.

La tentazione, oggi prevalente, di una spiegazione culturalista dei conflitti è priva di respiro, in quanto cristallizza in slogan cognitivi processi molto più complessi e sfaccettati. Questo emerge dalla situazione irachena, in cui l’evidente alleanza tattica antioccidentale di gruppi che si richiamano a culture o confessioni eterogenee – laici ex baathisti e nazionalisti, gruppi di ispirazione sunnita e sciiti di vario genere, autonomi e filoiraniani, islamici generici, propaggini dell’internazionale miliardaria di bin Laden o di altre reti – ha svuotato di senso l’ipotesi di spiegazione religiosa o culturale della guerra scoppiata dopo la sensazionale dichiarazione di Bush secondo cui la «missione [era] compiuta». Non per questo, ovviamente, si tratta di ignorare il ruolo delle culture (o, in senso lato, della cultura) nell’analisi dei conflitti sociali e politici. È necessario invece abbandonare il pregiudizio secondo cui il conflitto oppone modelli culturali più o meno compatti e riflettere, al contrario, sulla natura politica di molti supposti conflitti culturali.

Un aspetto decisivo dello stile analitico che qui si propone è l’interesse per il carattere aleatorio dei conflitti contemporanei (a partire dalla fondamentale intuizione clausewitziana della guerra come «gioco a rischio»). Sottolineare la dimensione «aleatoria» significa semplicemente riconoscere la limitata prevedibilità dell’esito di ogni partita, tattica e strategica, nella definizione del quadro conflittuale, dal singolo teatro fino alla situazione complessiva o globale. Si deve tenere conto che, date le caratteristiche dei conflitti contemporanei – ubiqui e interconnessi, e in questo senso globali – l’accelerazione dei processi è continua, e comunque superiore a quella che caratterizzava il mondo sinistramente rassicurante del bipolarismo. I processi sono resi sempre più veloci – e quindi scarsamente prevedibili – dal ruolo che il ricorso alle armi ha nella definizione dei conflitti. L’ubiquità della guerra, e quindi della decisione armata, eventualizza – per così dire – le dinamiche politiche e sociali che siamo abituati a pensare come lunghe o lente. Quando si sceglie di combattere, si rischia per definizione, ci si espone alla sconfitta (strettamente militare, strategica, tattica o politica a seconda dei casi). Il solo fatto di ricorrere all’uso indiscriminato e normale delle armi produce contraccolpi inimmaginabili, difficili da prevedere per qualsiasi analisi strategica.

Naturalmente, alla guerra corrisponde sempre una resistenza che va al di là della mera o apparente sconfitta sul campo dei più deboli (l’Iraq insegna). La resistenza tende a trasformarsi in vittoria quando gli sconfitti rifiutano di combattere come vogliono i più forti. Napoleone comincia a perdere il suo impero in Spagna in quanto gli spagnoli non accettano le battaglie campali ma praticano la guerriglia, e in Russia perché gli avversari operano una ritirata strategica in spazi sconfinati; gli americani tendono a perdere le guerre che non si adattano al loro modello strategico (Vietnam, Iraq), allo stesso modo dei russi in Afghanistan e Cecenia. Naturalmente i modelli evolvono: la resistenza popolare alla vietnamita è costosissima (1 milione e mezzo di morti vietnamiti contro i 58.000 americani) e quindi è ragionevole pensare che il «terrorismo» – indipendentemente da considerazioni morali – rappresenti l’inevitabile forma che assume la resistenza contro nemici armati in modo ipertecnologico. D’altra parte, nulla di particolarmente nuovo sotto il sole: è proprio ciò che oggi chiamiamo «terrorismo» ad avere permesso su scala limitata, non globale, i successi dei gruppi clandestini ebraici contro gli inglesi in Palestina e del Fronte di liberazione nazionale algerino contro i parà francesi...

Con queste considerazioni, non si vuole proporre una rivista di studi militari, ma una rassegna di ricerche e interventi che, nell’analisi dei conflitti locali- globali non ignorino la dimensione militare come interfaccia abituale – oggi, più di ieri – del sociale e del politico. Quindi, una rivista che assuma le trasformazioni del militare come piano di analisi non esclusivo ma rilevante della conflittualità contemporanea. Ecco allora che diventano cruciali, insie- me all’analisi dell’ubiquità della guerra, aspetti e problemi come la militarizzazione della società nell’era del terrorismo, la sorveglianza, il controllo urbano, la gestione militare delle migrazioni, le nuove modalità di internamento (dai campi per «combattenti illegittimi» ai Cpt per migranti «clandestini»), le trasformazioni del diritto in chiave di «emergenza», il peace keepingecc. In breve si propone un tipo di analisi che mira a comprendere la dimensione biopolitica e strategica dei conflitti nell’era della globalizzazione. Con il richiamo alla biopolitica e quindi a Foucault non intendiamo rivendicare alcuna filiazione teorica. Diversamente, il metodo elaborato da Foucault nell’ambito di una ricerca ancora legata a un ambito nazionale – appare straordinariamente adatto al quadro di implicazione globale che si offre al nostro sguardo per diverse ragioni:

- Non esiste il Potere globale o l’Impero, ma una rete di poteri imperiali (neocoloniali o continentali) che ridefiniscono continuamente i loro ambiti di reciproca interferenza ed esclusione (oggi il potere degli Stati uniti è in larga parte egemone, sul piano militare, ma non si deve dimenticare che la capacità di intervento americana si scontra con limiti oggettivi: si veda il peso politico-militare effettivo o virtuale di Cina, Russia e altri mondi...).

- Esistono diversi piani strutturali di potere, politico, militare, finanziario, economico, tecnologico, mediale, culturale ecc. Non ha senso presupporre una loro solidarietà a priori (alla lunga, se il prezzo del petrolio cresce in modo esponenziale, qualcuno, negli Stati uniti o altrove, chiederà il conto a G.W. Bush del suo avventurismo), mentre è necessario analizzarne le congiunzioni, le disgiunzioni, le solidarietà e i conflitti.

- I poteri, o le costellazioni di poteri occasionali o stabili, suscitano, per la loro dinamicità e produttività, le correlative resistenze, che a loro volta non sono necessariamente solidali tra loro.

- Non si dà un Soggetto all’opposizione globale, mentre esistono i soggetti in relazione ai poteri, e questi in relazione ai soggetti. Pensare di semplificare il quadro unificando, se non altro su un piano categoriale, i «resistenti» non è altro che un escamotage chiliastico, un modo per non analizzare le costellazioni empiriche poteri-resistenze.

- Non esistono strategie unificate dei poteri globali, e tanto meno intenzionali o onniscienti. Le guerre imperiali in alcuni casi possono condurre a vittorie spettacolari (Golfo 1991, Kosovo 1999), ma anche a ritirate precipitose (Somalia 1993) e a veri e propri fallimenti e impasse (Iraq, a partire dal 2003). Pertanto, i piani strategici si riformulano in continuazione, come politique politiciennearmata su scala globale. Il linguaggio foucaltiano – strategie e tattiche, alleanze, avanzate e ritirate ecc. (sempre al plurale) – risulta quindi adeguato per descrivere le trame empiriche dei poteri.

- Internamenti, controlli, sbarramenti, barriere interne ed esterne, confini evolvono in relazione alla gestione, da parte dei poteri, dell’ubiquità del conflitto.

- La vita delle società non può essere pensata in modo autonomo dal qua- dro delineato di una conflittualità globale. Possiamo ritenere che il mondo evolva – senza immaginare a breve o lungo termine una sua unificazione – in una società globale dei controlli, in cui la singolarità dell’esistenza e delle sue scelte, l’espressione politica dei gruppi, l’azione in difesa delle libertà individuali e collettive sia sempre più condizionata dall’incombere di un opprimente reticolo di condizionamenti.

- In poche parole, si ripropone qui il metodo dell’empirismo radicale o «positivismo» felice di Foucault, per trascenderlo nella scala molto ampia che è divenuta la nostra.

La Redazione, marzo 2005

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