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La metamorfosi del guerriero

2006, di Conflitti globali

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Presentazione

Quando le truppe delle diverse nazioni belligeranti cominciarono a massacrarsi nell’estate del 1914, le loro divise erano per lo più quelle di trent’anni prima. Con l’eccezione degli inglesi, che avevano rinunciato da tempo alla tradizionale giubba rossa in favore del kaki, tutti gli altri mantenevano i segni esteriori di un modo di combattere che non esisteva più. I belgi portavano ancora il kepì e le spalline con le nappe, mentre i tedeschi avevano ancora l’elmo con il chiodo della guerra franco-prussiana. I russi erano abbigliati con la tipica tunica contadina e il berretto con visiera della guerra con i giapponesi. I francesi avevano il lungo cappotto rimboccato e spesso i pantaloni rossi del 1870. I copricapo della cavalleria erano vari e bizzarri come si conveniva a un’arma considerata ancora la più nobile, mentre i corazzieri portavano ancora la corazza e il cimiero con la coda di cavallo. Nel giro di pochi mesi, la guerra di trincea cancellò tutto questo tripudio di colori, mostrine, coccarde ed elmi luccicanti. I cavalli restarono nel settore dei trasporti e, sostituiti progressivamente da camion e, verso la fine della guerra, dai prototipi di carri armati, finirono in gran parte in pentola. I combattenti si assomigliarono tutti, spettri grigiastri in tuta stracciata sullo sfondo di panorami sempre uguali: trincee fangose, pianure disseminate di mozziconi d’alberi e punteggiate dalle voragini delle esplosioni. I soldati erano divenuti operai della morte di massa.

La trasformazione del guerriero in operaio – come aveva preconizzato Ernst Jünger – trovò il suo apice nella Seconda guerra mondiale e nei conflitti che seguirono: Indocina, Corea, Vietnam. In una delle battaglie più sanguinose ed emblematiche del conflitto, Stalingrado, gli operai russi saltavano direttamente su carri armati che avevano appena finito di assemblare per affrontare i tedeschi. I vietminh e i vietcong allestivano vere e proprie città sotterranee dotate di ospedali, officine e depositi da cui sbucavano per gettarsi contro francesi e americani. Forse, l’esempio estremo di una società civile che si prolunga, senza soluzione di continuità, nel suo esercito è Israele, un paese in cui ogni studente, lavoratore o tecnico è prima di tutto un soldato potenziale, pronto a raggiungere il suo reparto in poche ore. È in tutti questi conflitti che il soldato- operaio si è trasformato in soldato-tecnico, finendo per obliterare il suo predecessore.

Indipendentemente dalla natura degli eserciti contemporanei (per lo più formati da volontari, con l’eccezione di Israele), il combattente è divenuto ormai un «operatore». Gli strumenti che impiega sono complessi, sofisticati, costosissimi. Nelle utopie della Rma (la «rivoluzione nelle questioni militari», di cui si discute incessantemente negli Stati uniti da un quindicennio), arerei e carri armati senza pilota, per non parlare di veri e propri robot capaci di autonomia operativa, tendono a sostituire i combattenti in carne ed ossa. Il sistema di «comando e controllo», che comprende ormai il coordinamento di satelliti, specialisti sul terreno, artiglieria, aviazione tattica e strategica, è interamente informatizzato e largamente automatizzato, almeno nelle intenzioni e nei progetti. Un «esercito» sul terreno tende ad assomigliare a una sorta di impresa delocalizzata, con i suoi complicati sistemi di approvvigionamento, produzione automatica just in time, turn-over delle maestranze, management ad hoc, marketing, pubblicità, struttura delle comunicazioni. Si tratta di produrre morti, invece che beni o servizi, ma, come si può vedere dalla progressiva integrazione di business strategico e strategia del business, metodi industriali e militari finiscono per convergere. I comandi militari, in Iraq o Afghanistan, ricordano, con le file di postazioni di computer in cui siedono uomini e donne in divisa, gli uffici di società finanziarie in cui, fianco a fianco, giovani vestiti tutti allo stesso modo spostano sugli schermi ingenti quantità di denaro. Naturalmente, si tratta di una versione caricaturale della realtà, se non di un’utopia. Questo modo aziendalistico di concepire la guerra si scontra con il fatto banale che nessuna armata ipertecnologica è immune dai contraccolpi di quella che è definita guerra asimmetrica. Alla fine il combattente, per quanto ipernutrito, iperattrezzato e iperspecializzato, deve affrontare il nemico, il quale non è disposto ad accettare in partenza di essere sconfitto perché più arretrato. Insomma, anche il supersoldato contemporaneo – attrezzato più come un astronauta che come un combattente tradizionale – deve misurarsi con l’«altro» in qualche momento della verità. Ed ecco forme «sleali» di guerra – attentati, agguati, colpi sparati a casaccio, autobombe, attacchi suicidi – di fronte a cui anche l’attuale «impresa militare» si trova a mal partito, almeno fino a quando il fattore umano resterà decisivo. Il soldato-operatore torna di colpo un fantaccino, quando scopre che il suo modo di fare la guerra ha già creato degli antidoti. Inventare antidoti agli antidoti è l’obiettivo supremo di un pensiero strategico vittima probabilmente delle illusioni dell’opulenza e della tecnologia.

Ma l’evoluzione dei combattenti secondo le linee evolutive del progresso economico e tecnologico – dall’artigiano al soldato e da questi al tecnico, fino all’utopia dell’operatore intoccabile – è solo un aspetto della metamorfosi della guerra. Persino nella più automatizzata delle imprese, qualcuno – di solito un lavoratore sottopagato, uno straniero, un nativo, un clandestino – deve assicurare le condizioni di svolgimento delle varie mansioni o rimuovere i resti materiali della produzione «intelligente»: manutentori, spedizionieri, lavapiatti, uomini e donne delle pulizie. Ed ecco che, analogamente, le armate avveniristiche si avvalgono dei servizi di una schiera di operatori che assicurano la sopravvivenza, sotto ogni punto di vista, degli uomini in divisa: camionisti, cuochi, guardie del corpo e perché no, anche addetti agli interrogatori, tutte figure definite con il generico termine di «contractor», in cui rientrano veri e propri mercenari, figure ambigue di specialisti che hanno un piede dentro l’armata e uno nelle imprese che forniscono sicurezza, disperati e avventurieri di ogni tipo. Il peso di questo esercito di comprimari nell’ombra, che nella Guerra del Golfo era intorno al 10%, è cresciuto nei Balcani ed è probabilmente pari a un quinto delle truppe regolari nell’Iraq contemporaneo, dove si aggiunge a tutti gli imprenditori d’avventura che partecipano alla «ricostru- zione», agenti dei servizi segreti, diplomatici e guardie private che proteggono gli uni, gli altri e se stessi.

Mentre la guerra si privatizza, la sicurezza interna ai paesi che partecipano a qualsiasi titolo ai conflitti esterni, si militarizza. Nell’epoca di Enduring Freeedom e della guerra senza fine al terrorismo, è divenuto normale vedere agli angoli delle strade, nelle stazioni e negli aeroporti uomini in divisa, regolari o privati, incaricati di proteggere, ispezionare o semplicemente rassicurare. In realtà, come dimostrano gli esempi di Seattle e Genova, la comparsa di ogni tipo di armigeri in pubblico e in operazioni che in teoria dovrebbero essere civili è precedente all’11 settembre. Ma dopo questa data, la loro presenza è normale e di fatto accettata, così come lo sono il controllo delle comunicazioni private e persino l’attività di agenti segreti che, a dispetto di confini, sovranità nazionali e leggi, danno la caccia a terroristi, reali, presunti o simpatizzanti, radicali, islamisti o semplicemente a chi è ritenuto rientrare in queste categorie. Così, se è vero che la guerra – salvo tragiche eccezioni – è tenuta lontano dall’Occidente o dal nord ricco del mondo, la sua ombra si allunga sulla vita quotidiana e sul nostro modo di pensare. Non importa perché si va a morire in terre lontane, se si è soldati regolari, ci si va per denaro o si è operatori civili. È sufficiente andarci e trovare la morte per meritare il plauso ufficiale della nazione, e persino riconoscimenti al valor «civile» che un tempo sarebbero stati conferiti a vedove di intrepidi pompieri o giovani ardimentosi capaci di strappare una scolaretta a un fiume in piena.

Georges Dumézil, in un famoso saggio, rifletteva sullo statuto ambivalente del guerriero, onorato e al tempo stesso tenuto ai margini della vita civile. Qualcuno che si macchia di sangue in nostro nome e che, pertanto, esauritasi la necessità del tempo di guerra, la società rimuove, dopo averlo ricoperto di medaglie e stordito con le fanfare. Sembra che oggi l’ambivalenza si stemperi in ambiguità, ipocrisia e dissimulazione. Poiché operatori militari e lavoratori della sicurezza tendono a essere la stessa cosa, se non le stesse persone, guerra e pace, vita militare e vita civile si compenetrano. Ma non è la civiltà ad avere colonizzato la guerra. È questa, sotto le mentite spoglie della protezione sociale, a colonizzarci. Certo, tutto è cominciato, apparentemente, quando la città simbolo del XX secolo, la sua capitale, è stata colpita nelle sue insegne più vistose. Ma chi potrà stabilire, quando la storia di tutto questo sarà scritta equanimemente o almeno in una prospettiva non emergenziale, chi davvero ha cominciato per primo? Importava a Omero di dare a Paride in eterno la colpa della guerra di Troia? Sta di fatto che una volta metabolizzata, la guerra resta tale anche se si traveste da civiltà. E questa è l’estrema metamorfosi della guerra, divenire una variante della vita quotidiana.

Dopo le prime due uscite su La guerra dei mondie Fronti/frontiere, in questo numero di «Conflitti globali» abbiamo cercato di dare conto di alcune trasformazioni della guerra nella visuale dei suoi protagonisti, ufficiali e ufficiosi. Un compito indifferibile, ci sembra, nel momento in cui l’ombra del guerriero si sovrappone a quella del cittadino. (Alessandro Dal Lago)

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La metamorfosi del guerriero

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