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Internamenti cpt e altri campi

lunedì 5 febbraio 2007, di Conflitti globali

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Internamenti

La forma campo – Federico Rahola

Europa, 1938 – Gérard Noiriel

Il linguaggio nei campi – Luca Guzzetti

Modello Guantanamo – Jess Whyte

Balcan cities – Kyong Park

spettri

Giugno 1945. I diari dell’amarezza – Viktor Klemperer

Cinque poesie di guerra – Randall Jarrell

materiali

Fortezze – fotografie di Bruna Orlandi

La guerra ai pirati del XXI secolo – Roberto Ciccarelli

Gli anni di Oslo e la Palestina reclusa – Marco Allegra

Rifugiati, migranti e nomadi – Mauro Van Aken

Contro i confini – Angela Mitropoulos, Brett Neilson

Tra Lampedusa e la Libia – Rutvica Andrijasevic

Ricostruzioni di emergenza – Camillo Boano

Interni domestici – Francesca Scrinzi

Percorsi di liberazione – Emilio Quadrelli

Introduzione

Se guardate attentamente la cartina riprodotta nell’apertura di questo numero, potete farvi un’idea dell’Europa in gabbia. Circa duecento strutture dedicate all’internamento, al controllo e all’identificazione dei migranti. Non solo in Europa, ma anche nei paesi candidati e aspiranti all’ingresso nella Ue, nei tributari, come Marocco, Algeria e Tunisia, e in quelli con cui l’Europa intrattiene relazioni complesse, oscillanti tra la connivenza e il sospetto, come la Russia di Putin. La cartina ricorda irresistibilmente la dislocazione delle legioni e delle guarnigioni all’epoca in cui l’impero romano, ancora unificato, cominciava a mettersi sulla difensiva, diciamo da Marco Aurelio in poi. Se allora il limes imperiale consisteva di fortini e torri di avvistamento, e soprattutto di regnicoli alleati che dovevano fare da cuscinetto tra il territorio romano e il mondo esterno, oggi il vero confine d’Europa passa nei campi che gli stati Ue creano nel proprio territorio o appaltano ai paesi limitrofi. Oggi come ieri, il limes considerato più esposto è quello orientale. Non è un caso che la Polonia, ignara del suo passato, pulluli di campi e che Varsavia sia la sede di Frontex, l’agenzia europea preposta al controllo delle frontiere.

La tipologia dei campi è assai varia: strutture allestite presso commissariati, porti e aeroporti (in Inghilterra e in altri paesi dell’Europa del nord), spazi stabili di internamento e, soprattutto nei paesi più poveri dell’ex blocco sovietico, vere e proprie discariche recintate in cui le condizioni di vita sono presumibilmente atroci, ancorché poco conosciute. C’è un aspetto che comunque la cartina non può contemplare: la continuità tra la rete europea (in senso lato) dei campi e il sistema globale dell’internamento. Indipendentemente dai sistemi penitenziari, il mondo intero appare punteggiato da luoghi extragiudiziari di reclusione. Pensiamo solo al vicino oriente. Poco più a est dei campi per migranti che il solerte governo turco ha allestito su richiesta dell’Unione europea c’è un paese in preda alla guerra, l’Iraq di Abu Ghraib e di tutte le altre prigioni di cui non si sa nulla. Poco più a sud, c’è la Palestina che, dopo la costruzione del muro e a causa dei continui blocchi degli accessi e degli spazi aerei da parte di Israele, possiamo ritenere il grande campo di concentramento di un intero popolo. E che sappiamo dell’Afghanistan? Della Colombia? Del Centroamerica a cui gli Usa hanno delegato il controllo dei migranti? Dell’Africa subsahariana? Della Thailandia, che ha costruito un sistema di controllo delle popolazioni che vivono a cavallo dei confini con la Birmania e il Laos? Della Cina? Del Tibet? Su questo sfondo, Guantanamo appare come l’esempio estremo di un sistema differenziato ma pervasivo e tutto sommato solidale.

In realtà, povertà e movimenti di migranti sono solo due circostanze del ricorso ormai universale ai campi, spazi sottratti al controllo giudiziario, anche quando questo esiste nei fatti o sulla carta. Come mostra l’arrivo di migranti curdi, iracheni, pakistani, palestinesi, tamil, nigeriani e così via sulle coste italiane, i campi sono anche uno dei momenti chiave della complessa macchina mondiale della guerra, il giunto essenziale per mutare le vittime dei conflitti in possibili lavoratori sottopagati. Trasformando perseguitati e profughi di guerra in clandestini, il sistema dei controlli e degli internamenti realizza due obiettivi con un solo strumento: elimina o riduce il problema del diritto d’asilo e fa sì che i migranti, periodicamente liberati o rilasciati dai campi, vadano a ingrossare le fila del lavoro in nero e sottopagato. Una realtà che, in un paese come l’Italia, rientra formalmente nell’economia sommersa, ma che se ne differenzia per l’assoluta mancanza di diritti dei «clandestini», persone prive di cittadinanza e quindi soggette anche agli arbitri più estremi. Da anni si moltiplicano gli indizi che decine di lavoratori polacchi privi di permesso di soggiorno siano letteralmente spariti nelle campagne pugliesi senza che ciò susciti particolari emozioni o allarmi, al di là di qualche inchiesta e di un’indagine della magistratura. Le vite dei migranti non contano, sono puri fattori che, volta a volta, alimentano la macchina della produzione materiale o soddisfano l’incessante bisogno di un nemico con cui le sgangherate democrazie occidentali puntellano le loro basi consensuali sempre più ristrette. In ogni caso, il sistema globale dell’internamento veglia su questa doppia funzione.

L’esternalizzazione dell’internamento è una delle grandi trovate dell’Europa e in generale del mondo ricco. In cambio di qualche milione di euro o di un’incerta legittimazione internazionale, Marocco e Libia hanno costruito i loro campi. Oggi anche il Senegal interna i propri clandestini, mentre al largo delle coste di Marocco e Mauritania incrociano le navi militari di mezza Europa per impedire che gli africani raggiungano le Canarie. E con ciò un’ulteriore fattore di incertezza, e quindi potenzialmente di genocidio, si aggiunge a quelli che travagliano l’Africa. Era per sfuggire all’internamento da parte di marocchini e libici che ottanta senegalesi hanno rinunciato al tragitto di terra verso l’Europa e si sono imbarcati verso le Canarie o Capo Verde il giorno di Natale del 2005, al traino di un battello a motore. Probabilmente avvistati da una nave militare, gli scafisti hanno tagliato il cavo e sono fuggiti. Sei mesi dopo, il barcone dei senegalesi è stato trovato su una spiaggia di Barbados, a duemila miglia a ovest del Senegal. Di settanta restavano solo i documenti. Undici corpi erano mummificati, a causa della disidratazione.

La straordinaria ipocrisia che regna in occidente in materia di migrazioni impedisce di chiamare con il loro nome questo fatto, così come gli affondamenti che si moltiplicano nel Canale di Sicilia, al largo di Gibilterra e delle Canarie: stragi. Naufragi di mare, ma anche di terra. Non altrimenti mummificati e calcinati dal sole sono i corpi, centinaia ogni anno, che la Migra rinviene nel deserto dell’Arizona. Certo, sono le barriere di filo spinato o le navi che incrociano in mare aperto la causa immediata delle stragi. Ma la ragione profonda è nel sistema mondiale dell’internamento con cui il mondo ricco sviluppato vuole proteggere la propria esclusività.

Questo volume nasce dalla necessità di esplorare il senso politico della mappa che lo introduce, a partire da una serie di domande: esiste la possibilità di ricondurre i campi del presente, in tutte le loro possibili manifestazioni (per migranti, sfollati, profughi, richiedenti asilo), a una «forma» più generale? Si possono cogliere gli specifici effetti di violenza di un campo nel modo in cui questo trasforma e deforma il linguaggio? È possibile, poi, risalire indietro e rintracciare una matrice dei campi di oggi nella successione di eventi che investono la Francia del 1938, sull’orlo dell’abisso, quando i campi si affermano come solo territorio possibile per individui che non appartengono? E ancora, accanto a eventuali genealogie, si può leggere nell’estremo delle strutture detentive per enemy combatant, in quel buco nero rappresentato da Camp Delta a Guantanamo, un’idea di internamento che, anziché riferirsi a quanto un individuo si suppone abbia fatto nel passato, investe preventivamente ciò che potrebbe fare nel futuro?

Se la prima parte del numero ruota intorno ai significati della forma campo, la seconda, calibrata sull’analisi di casi specifici, descrive direttamente alcune situazioni di internamento: dalla Palestina recintata, in cui per la prima volta un campo tende a farsi «stato», alle strategie di confinamento della mobilità di migranti, beduini e profughi che si impongono nella confinante valle del Ghor, dal particolare laboratorio di deportazioni e internamenti che sta emergendo tra l’isola di Lampedusa e la Libia, alle ricostruzioni di emergenza del post-tsunami in Sri Lanka, fino alla specifiche forme di reclusione che caratterizzano il lavoro domestico migrante. Accanto a tali situazioni, da cui i campi emergono come dispositivi che producono nuove forme di sovranità e radicali differenze di status, l’analisi prende in considerazione anche le specifiche forme di resistenza, opposizione e fuga che investono ogni tipo di campo, dai CPT italiani ai centri di detenzione australiani. E tenta pure di raccontare visivamente la sequenza di muri, fences e recinzioni che accompagnano e ridisegnano i confini del presente. In mezzo, come interludio, uno stralcio dei diari di Viktor Klemperer, lo sguardo interrogativo di un sopravvissuto sulla Germania del 1945, e cinque poesie di un autore «minore» americano, Randall Jarrell, che gettano una luce lunare sulla quotidianità della guerra.


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